Da Goethe a Totti

In der Fußballoper wird auch mal italienisch gesungen. So habe ich es gestern abend in der Casa di Goethe in Rom gehalten. (Auf dem Foto neben den famosen Professoren Angelo Bolaffi und Friedrich Schiller).

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Und hier der kleine Vortrag über Literatur und Spektakel:

Chissà se Francesco Totti ha veramente letto il Werther di Goethe. L’idea sarebbe intrigante: un mito del calcio-spettacolo moderno che si confronta con un mito letterario. Dopotutto Werther e il suo creatore Goethe, all‛epoca erano delle Pop-Star come lo è Totti oggi. Dopo l’uscita del primo romanzo di Goethe nel 1774, in tutta Europa si manifestò quella che gli storici chiamano la „febbre di Werther“, una vera e propria febbre da tifo – i giovani lettori vestivano gli abiti indossati da Werther nel romanzo, parlavano come Werther, amavano come Werther.

La storia dei suicidi di massa a emulazione dell‛eroe di Goethe, è invece pura leggenda. Ma già il fatto che si creassero miti attorno al giovane scrittore e al suo eroe, ci dimostra come Goethe fosse uno scrittore alla moda, un personaggio iperpopolare, talmente famoso da viaggiare perfino in incognito per sfuggire ai suoi ammiratori – cosa che Totti non potrebbe fare neanche in Polinesia, perché oggi grazie ad Internet e alla televisione, lo riconoscono in ogni angolo del pianeta.

Tra Goethe e Totti non vi è ovviamente una linea continua, quindi il tema della nostra serata può sembrare un po‘ azzardato. Ma se si pensa alla creazione di miti e allo spettacolo come tema letterario allora le affinità si trovano

Alla fine del Settecento, gli eroi popolari non erano certo personaggi sportivi come accade oggi, nelle nostre società tardo-capitalistiche con le loro democrazie un po‘ stanche che trovano i nuovi tribuni del popolo anche sui campi di calcio. E allo stesso tempo non esistevano più gli spettacoli di massa come nell’antica Roma. Eppure nel suo „Viaggio in Italia“ Goethe ci racconta di aver assistito a uno spettacolo sportivo, nel suo diario da Verona il 16 settembre 1786:

Dopo che oggi ebbi lasciato l’Arena, qualche migliaio di passi più in là ho assistito a uno spettacolo pubblico alla moda. Quattro nobili veronesi giocavano al pallone contro quattro vicentini. Di solito questo gioco si svolge tutto l’anno tra veronesi, circa due ore prima di notte; stavolta, per la presenza degli avversari stranieri, la folla era innumerevole: potevano ben essere quattro o cinquemila spettatori.

Quattro, cinquemila spettatori erano un numero altissimo per l’epoca, tant’è che il nostro cronista si sente immediatamente tornare ai tempi antichi e parla dell’„anfiteatro che si forma naturalmente e casualmente, proprio come l’ho visto crescere sotto i miei occhi in quell’occasione.“ Goethe è impressionato dal tifo di veronesi e vicentini di fronte a un gioco che assomiglia più al baseball americano che al calcio moderno, ma che riesce a creare nello scontro tra le due città un clima da derby. Il tedesco trova strano che uno spettacolo così coinvolgente si manifesti „sotto un antico muro cittadino, senza la minima comodità per gli spettatori.“ E Goethe si chiede: „Perché non giocano nell’Anfiteatro, dove si sarebbe tanto bello spazio?“ L‛anfiteatro, cioè l’Arena, il luogo dei giochi romani. Questo sarebbe secondo Goethe il luogo adatto per quello spettacolo popolare che gli sembra una riedizione dei giochi antichi. E siamo sinceri: Chi di noi non ha mai sognato di vedere una partita nel Colosseo?

Goethe fa questo paragone perché conosce benissimo il mondo dell’antichità, è venuto in Italia anche per completare i suoi studi classici. E a Verona nota: „Il gioco mette in vista delle bellissime posizioni, degne di essere riprodotte in marmo. Sono tutti giovani ben piantati e robusti, in brevi e succinte vesti bianche (…) Specialmente bella è la posizione che prende il battitore quando scende a corsa del piano inclinato alzando il braccio per colpire il pallone; fa pensare al Gladiatore Borghese.“ Ecco il collegamento con la tradizione antichissima degli spettacoli, ecco l’associazione fra sportivo e gladiatore; in questo caso passa tramite una statua greca della collezione borghese. L’estetica del gioco suscita in Goethe memorie antiche, esattamente come capita a noi che vediamo il calcio, nel frattempo cresciuto ad un enorme industria di intrattenimento come erede degli spettacoli dell’antica Roma. Forse perché cerchiamo come lo fece già il Dichter tedesco in un mondo che cambia velocemente anche lì, nei giochi antichi, la nostra identità e le nostre radici. Perché il desiderio dell’uomo per il gioco e eterno e eternamente umano.

Ed eccoci arrivati dalla Verona del Settecento a Roma, l’eterna capitale dello spettacolo di massa che oggi si riconosce non in un artista di fama mondiale e ancora meno in un personaggio politico, ma in un calciatore che da 25 anni è l’idolo della città. 25 anni sono tanti perfino in una città che si definisce eterna, raramente un papato permane così a lungo, per non parlare del mandato di un sindaco… o di una sindaca. Francesco Totti è riuscito a incarnare come nessuno prima di lui quello che i romani rintengono sia la loro stessa identità. La città si rispecchia in lui e lui stesso ha saputo creare o almeno supportare il proprio mito, seguito da un pubblico devoto composto non soltanto dal cosidetto popolino, ma anche da scrittori e intellettuali. Se Goethe fosse nostro contemporaneo, se vivesse e scrivesse oggi in queste stanze, non possiamo escludere che scriverebbe anche della Roma e di Totti. Il fenomeno ha senza dubbio una portata letteraria. Un giocatore e la sua città, una storia lunga più di duemila anni.

Torniamo quindi un attimo indietro, nella Roma imperiale che sovviene a Wolfgang Goethe mentre guarda la partita di pallone sotto l’Arena di Verona. È lì che nasce, insieme ai grandi spettacoli di massa nei circhi e nelle arene, una letteratura che a volte glorifica e a volte critica lo spettacolo che vi si svolge, uno spettacolo per il grande pubblico, sì, per la massa, ma offerto da una singola persona: l‛imperatore.

Possiamo citare Marziale, che nel suo Liber de spectaculis descrive gli spettacoli che si tennero per l‛inaugurazione dell‛Anfiteatro Flavio sotto l’imperatore Tito, e che durarono più di 100 giorni! In particolare, Marziale ci racconta l‛episodio dello scontro tra due gladiatori di nome Prisco e Vero, una dura lotta che sembra non finire mai e che rischia addirittura di diventare noiosa, finché l’imperatore stesso non interviene per interromperla, con un esito soprendente:

Tirava per le lunghe lo scontro Prisco, lo tirava per le lunghe Vero

e l’esito rimase a lungo incerto.

Si chiese a gran voce che si facesse a loro grazia, ma Cesare [Tito] obbedì alla legge da lui stessa voluta:

Solo deposto lo scudo e alzato il dito abbia fine lo scontro.“

Mandò loro più volte, questo gli era consentito, piatti di argenti e doni.

Ma alla fine si trovò una soluzione per questo duello così incerto:

alla pari lottarono, alla pari cedettero.

A entrambi Cesare fece dare la bacchetta, a entrambi la palma – questo premio riportò il loro valore e la loro abilità. Questo non è accaduto sotto nessun principe, Cesare! Combattere in due e vincere entrambi.

Qui lo scrittore non loda i protagonisti nell’arena ma l’arbitro, l’imperatore, il Cesare stesso che offre lo spettacolo al suo pubblico. Esattamente come tanti secoli dopo i patriarchi del calcio italiano, da Achille Lauro a Silvio Berlusconi che arrivò a dire a Papa Wojtyla: „Esportiamo tutti e due un idea vincente nel mondo, lei il cristianesimo e io il mio Milan.“ Berlusconi aveva i suoi corteggiani che come Marziale gli cantavano le lodi. Più critico fra gli antichi era Giovenale, che si idignava per il famoso panem et circenses, considerando l’ultimo l‘oppio dei popoli. Lo stesso Giovenale ci racconta in una delle sue satire una giornata romana al Circo:

Oggi tutta Roma è contenuta dal Circo e un fragore mi colpisce l’orecchio, da cui deduco che hanno vinto i verdi. Perché se avessero perso vedresti questa città disperata e attonita come se i consoli fossero caduti tra la polvere di Canne.

Sembra un pomeriggio di domenica dopo la vittoria della Roma allo Stadio Olimpico . Ci sta tutto: il tifo sfrenato con il suo entusiasmo e la sua disperazione, il primato dello spettacolo sulla politica. Sembra di vederli, questi Romani che tifano la squadra dei verdi, come d’altronde tifava anche l’imperatore Nerone. Perché anche il Princeps aveva la sua squadra e di Domiziano si narra addiritura che fece gettare in pasto ai cani un tifoso aversario, perché le sue esternazioni avevano dato troppo fastidio all‛imperatore. E‘ vero, non c‛è niente di nuovo sotto il sole di Roma e quindi attorno alla più grande arena dell’antichità, il Colosseo, troviamo già allora i tifosi appasionati, ma anche gli agenti dei gladiatori, vediamo gli sfortunati perdenti e gli strapagati beniamini del pubblico.

In età giulioclaudia, quando il Colosseo ancora non esisteva, il più famoso gladiatore di Roma era un certo Massimo con 36 trofei vinti, più tardi le star dell’arena si chiamavano Generoso o Fiamma, gli ultimi portavano nomi d’arte. I gladiatori potevano diventare ricchi, famosi e amati dalle donne. Non tutti erano schiavi. Conosciamo anche alcuni casi di uomini liberi, di classe equestre e senatoria che scesero nell’arena e perfino l’imperatore Commodo si divertiva a vestire i panni da gladiatore. Certo, nel Colosseo e nel Circo si moriva, le corse all’epoca erano pericolose come lo è oggi la Formula Uno. Lo sport c’entrava poco, si lottava per vita o morte. E il più famoso gladiatore di tutti i tempi è Spartaco, non perché vincesse i suoi scontri nell’Arena di Pompeji, ma perché sfido l’esercito romano. Ma il fascino dello spettacolo e la mitizzazione dei suoi grandi protagonisti è rimasto fino ai giorni nostri. O forse dovremmo dire: E‘ rinato?

Perché per lunghi secoli l’Arena tace sotto il regno della chiesa. E solo dopo la caduta del Papa re lo spettacolo torna a regnare sovrano. Oggi abbiamo un papa che si dichiara apertamente tifoso di calcio. Francesco è un corvo, così si chiamano i tifosi del San Lorenzo, una squadra di Buenos Aires. Già Papa Wojtyla era socio onorario di vari club, tra cui il Barcellona e lo Schalke 04. I papi di oggi ricevono squadre italiane e dall‛estero che portano le proprie maglie come dono.

E il calcio è diventato tema di grandi scrittori. Famose le Cinque poesie sul gioco del calcio di Umberto Saba, commovente la passione calcistica di Pier Paolo Pasolini che giocava a pallone praticamente tutti i giorni della sua vita adulta, e fondò la nazionale artisti prima di essere ucciso proprio su un campo di calcio abbandonato vicino al mare di Ostia. Pasolini era tifoso del Bologna ma gli piaceva anche vedere la Roma all’Olimpico. Lui sosteneva che „il capocannoniere di un campionato è sempre il miglior poeta dell’anno. Il calcio che esprime più goals è il calcio più poetico.“ E il grande linguista Pasolini riconosceva un linguaggio del football che descriveva così:

Le “parole calcistiche” sono potenzialmente infinite, perché infinite sono le possibilità di combinazione dei “podemi” (ossia, in pratica, dei passaggi del pallone tra giocatore e giocatore); la sintassi si esprime nella “partita”, che è un vero e proprio discorso drammatico. I cifratori di questo linguaggio sono i giocatori, noi, sugli spalti, siamo i decifratori: in comune dunque possediamo un codice.

Ci può essere un calcio come linguaggio fondamentalmente prosastico e un calcio come linguaggio fondamentalmente poetico. Per spiegarmi, darò – anticipando le conclusioni – alcuni esempi: Bulgarelli gioca un calcio in prosa: egli è un “prosatore realista”; Riva gioca un calcio in poesia: egli è un “poeta realista”.

Corso gioca un calcio in poesia, ma non è un “poeta realista”: è un poeta un po’ maudit, extravagante. Rivera gioca un calcio in prosa: ma la sua è una prosa poetica, da “elzeviro”. Anche Mazzola è un elzevirista, ma è più poeta di Rivera; ogni tanto egli interrompe la prosa, e inventa lì per lì due versi folgoranti.“

L’importanza del calcio nella cultura non solo popolare è cresciuta ancora dai tempi di Pasolini. Ma forse l’apice è già superato e proprio dopo Totti viene il nulla. Siamo giunti fino a lui, al termine del nostro breve viaggio storico-letterario. Ma come si è creato il mito attorno a Totti, cos’è che lo rende un personaggio così particolare? Permettetemi una piccola autocitazione da un mio articolo uscito su Die Zeit nella scorsa primavera.

Totti non è solo un giocatore con un talento eccezionale. Che uno possa fare con il pallone quello che vuole, essere magari preciso nel tiro, dotato di fantasia, con un tocco di velluto, può certo entusiasmare i suoi tifosi ma non basta per diventare il simbolo di un’intera città, l’ottavo Re di Roma, già in vita leggendario come i sette mitici predecessori dell’antichità. Un mito romano. Per diventare tutto questo bisogna essere anche un attore geniale, spiritoso e autoironico, rusticale e generoso come l’immagine che i romani hanno di se stessi. Ancora meglio se il personaggio non è solo recitato ma autentico. Se questo si avvera, come nel caso di Totti, bastano pochi titoli e trofei per alimentare la leggenda. Il Capitano ha vinto un unico campionato, la bellezza di 16 anni fa. All’epoca Roma festeggiò la più grande festa popolare di tutti i tempi. Centinaia di migliaia di persone riempivano il Circo Massimo come ai tempi del suo più grande splendore, quando ospitiva sugli spalti qualcosa come 200.000 tifosi. Chi per festeggiare Totti, la Roma e Roma non trovava posto nell’antico Circo si arrampicava sui ruderi dei palazzi imperiali del sovrastante Palatino. I responsabili dei Beni Culturali si mettevano le mani nei capelli, gli altri se la ridevano: Chissenefrega delle vecchie pietre in una giornata in cui vogliamo festeggiare i nuovi miti?

Quando nel 2006 la nazionale azzurra celebrò il titolo mondiale sempre al Circo Massimo vennero in tanti. Ma non fu lo stesso delirio. A Roma l’Italia campione del mondo non suscita la stessa passione come la Roma campione d’Italia. E, per dirla tutta, non suscita la stessa passione neanche in Francesco Totti. Lui lasciò la nazionale subito dopo il trionfo del 2006, ad appena 30 anni. Per giocare altri dieci anni solo ed esclusivamente per Roma, Roma, Roma. Qui lui è il re, altrove sarebbe al massimo un cavaliere fra gli altri. Per lo stesso motivo ha detto di no ad offerte da Madrid o da Milano, supportato dalla famiglia, la quale anche non voleva lasciare la capitale. Mamma Fiorella, Papà Enzo, il fratello e manager Riccardo. E ovviamente la moglie Ilary, che lavora come showgirl per la televisione di Berlusconi e conta la pasta che può mangiare il marito. 17 rigatoni a pasto come confessò lui una volta, „se no me viene la pancia“.

Il Totti pantofolaio consola l’immaginario collettivo che lo ha visto sposo giovane e bello come un eroe antico. Come luogo del matrimonio scelse Santa Maria di Ara Coeli, proprio la chiesa simbolo del popolo romano sul colle più importante della città, il Campidoglio. Totti si sposò in una basilica che fu luogo di assemblee popolari nel Medioevo e dove tutt’oggi i romani celebrano il loro Te Deum a fine anno. Con Ilary scese la scalinata che aveva visto il tribuno Cola di Rienzo parlare al popolo romano. Che la scelta proprio di questa basilica fosse dettata da esigenze di spazio o di sicurezza, questo lo può credere solo chi non si riesca a convincere che Francesco Totti è non solo protagonista ma anche regista del proprio mito.

La gens Totti, di cui tutti noi sappiamo vita, morte e miracoli molto più che della dinastia giulio-claudia, è un azienda famigliare con il nome „Number 10“, chiaramente ispirato al numero della maglia di Francesco. Fattura milioni, nessuno sa esattamente quanti. Sappiamo però che i Totti sono cattolici praticanti e attivi in ambito sociale. Il loro legame con Roma e con il loro quartiere d’origine dietro Porta Metronia è sottolineato dalla cura nell‛uso del dialetto. Nessuno ha mai sentito il capitano pronunciare una frase in quello che viene ritenuto un italiano cristallino. Totti e i suoi sono prima di tutto romani, la First Family in una città che oscilla da milenni fra grandezza e provincialismo, ambizioni imperiali e mentalità paesana.

I Totti sono incredibilmente popolari perché tutti si possono identificare con loro. Dal benzinaio (il mestiere che Francesco avrebbe scelto se non fosse diventato calciatore) al dirigente di azienda, dal chef di cucina al cardinale di Sacra Romana Chiesa. Quando Jorge Bergoglio si presentò su Piazza San Pietro con il nome papale „Francesco“, le sue pecorelle aggiungevano prontamente „il secondo.“

Morto un papa, se ne fa un’altro, dice un proverbio romano. Un papa viene sempre sostituito. Ma come sostituire Totti? Il giocatore non diventa nè più giovane nè più veloce, anche sul campo si sta lentamente trasformando in un monumento di marmo. Che a Roma il calcio andrà avanti anche senza Totti non è ancora provato. Perché il calcio è in crisi esattamente come la politica. Mai come quest’anno lo Stadio Olimpico è rimasto vuoto, abbiamo visto un Derby praticamente senza spettatori. I tifosi organizzati boycottano lo stadio protestando in questo modo contro le barriere della polizia e contro la dirigenza del club. Si sentono lontani da tutti e due, dallo stato italiano e dal loro presidente americano.

Rimane la forza integrativa di Totti. La maglia del capitano vende meglio di tutte le altre messe insieme. Prima viene Totti, dopo di lui il diluvio . Per anni il suo collega Daniele De Rossi, romano anche lui, fu chiamato „Capitan futuro“, il capitano dopo Totti. Nel frattempo è diventato una specie di principe Carlo che aspetta un Re che non vuole e non può abdicare.

De Rossi è tuttora il giocatore più pagato della Serie A. Ma Totti è il più grande attore del calcio italiano, forse del calcio europeo, che rischia fortemente di perdere la sua identità. La partita Inter -Udinese di qualche mese fa ha visto 22 stranieri in campo. L‛Inter è in mano ai cinesi, il Milan verrà venduto a una cordato cinese, la Roma ha già da anni proprietari americani. Ma finché Totti gioca, incarna Roma, il glorioso passato, il fragile presente, la città in bilico eterno fra sacro e profano.

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